In ricordo dello storico Enzo Collotti, a un anno dalla scomparsa

In ricordo dello storico Enzo Collotti, a un anno dalla scomparsa

 

Sono tra quei fortunati, non posso dire tra i meritevoli, che sono venuti  in contatto con Enzo Collotti, e con l’immenso patrimonio di conoscenze e cultura di cui era depositario. Da allievo l’ho potuto sperimentare nel costante intreccio tra didattica e ricerca, che Collotti faceva vivere nella sua attività seminariale con i suoi studenti. Confesso che allora ero uno studente molto ignorante, in particolare proprio riguardo alla storia del ‘900 grazie a un liceo classico tanto rinomato quanto disomogeneo rispetto alla qualità degli insegnamenti impartiti.  Per questo, perché sapevo di non sapere, mi iscrissi al corso di laurea in storia e quasi casualmente al primo seminario che ho seguito con lui, quello sulla guerra di Spagna: era il 1991.

Mi fu assegnata una relazione molto complessa per me, che riguardava la posizione della Chiesa spagnola in rapporto alla Chiesa di Roma rispetto all’insurrezione franchista e durante le diverse fasi della guerra civile. Lo facevo attraverso i documenti della curia e le prese di posizione dei gesuiti sulla civiltà cattolica. Un compito chiaramente impari rispetto alle mie capacità e conoscenze e tuttavia fu una delle esperienze culturali fondamentali della mia formazione. Cominciai a inquadrare come mai avevo fatto prima la dimensione culturale e valoriale dello scontro tra democrazie e regimi autoritari, a comprenderne il ruolo giocato dalla Chiesa cattolica, ma anche le ambiguità e la tragedia dello stalinismo e della Terza Internazionale. Insomma fu una prima grande porta per entrare nel mare magnum dell’interpretazione storica degli eventi del Secolo Breve. 

Ancora più sconvolgente fu il seminario che seguii l’anno successivo sulla Shoah, sull’antisemitismo le sue radici culturali e la sua concreta realizzazione. Lì potei misurare l’ampiezza e profondità della conoscenza di Enzo Collotti, non solo delle fonti storiche e della letteratura di settore, ma la sua vasta e minuziosa conoscenza di tutto il patrimonio culturale e il dibattito intellettuale, compreso quello letterario e filosofico tra le due guerre.

Dello storico che io consideravo marxista, ma certo questo è un modo non corretto e finanche riduttivo di incasellarlo, mi stupiva la totale assenza di determinismo storicistico o economicistico nel considerare la causalità storica, il continuo valorizzare il ruolo delle idee e delle ideologie nel modellare il corso degli eventi, avremmo detto un tempo il rovesciarsi della sovrastruttura sulla struttura, in un feedback continuo, insomma l’abitudine a non ridurre la complessità degli avvenimenti storici a comode formule deterministiche.

A questo proposito ricordo come, durante la guerra in Jugoslavia dei primi anni ‘90, ci mettesse in guardia dal non applicare facili schemi di interpretazione ideologici di quel conflitto, di valutare la profondità delle radici interne rispetto all’importanza dei posizionamenti internazionali, lui che quella storia così complessa e tragica l’aveva vissuta da vicino.

Ricordo infine quanto influì nel far mutare le mie posizioni antisioniste e di messa in discussione della legittimità dello Stato di Israele in Palestina, alla luce degli eventi tragici della Shoah e della distruzione delle comunità ebraiche, in particolare in Europa orientale. 

Non so se posso definirlo così ma io lo considero soprattutto un grande intellettuale mitteleuropeo della seconda parte del ‘900, anche per lo stile sobrio e in apparenza distante, che allora a me incuteva non poca soggezione.

A lui in tanti dobbiamo una parte fondamentale della nostra formazione, tanto più utile per me oggi come ricercatore ed economista applicato, e ancor più come pubblico amministratore per dare profondità interpretativa e qualitativa ai numeri dell’economia e alle scelte politiche. 

La conoscenza storica è uno strumento di comprensione essenziale della realtà presente per ogni cittadino e ancor più per chi milita in un partito politico con ruoli di direzione o amministrativi. Per chi è chiamato a fare scelte che incidono sul futuro della propria comunità, la capacità di lettura e l’inquadramento storici sono un requisito imprescindibile. 

In questo sta anche il senso di profondo ringraziamento che anima il ricordo di Enzo Collotti e che abbiamo voluto oggi nel Consiglio comunale di Firenze. 

Grazie al figlio Francesco, alle professoresse Valeria Galimi e Francesca Cavarocchi, al direttore dell’istituto storico della Resistenza di Firenze Matteo Mazzoni per averci aiutato a dare corpo a questo momento di ricordo della figura del grande storico Enzo Collotti  in Consiglio Comunale.